(Venezia 1683 -1754)
Giovan Battista Piazzetta è uno dei massimi esponenti della pittura veneta della prima metà del Settecento. Attivo in una Venezia al culmine della propria produzione artistica, contemporaneo di Sebastiano Ricci, Canaletto, Luca Carlevarijs, Rosalba Carriera e di Gian Battista Tiepolo, suo allievo prediletto. A differenza dei suoi contemporanei, per quasi tutta la prima metà del suo percorso artistico, Piazzetta è ancorato ad una impostazione chiaroscurale seicentesca; solo in un secondo momento utilizzerà una tavolozza più chiara con composizioni più affollate. La sua pittura è tutta costruita su contrapposizioni di masse di colori contrastanti, usate per delineare il carattere e le intenzioni dei pochi protagonisti. La sua si potrebbe definire una “pittura corporea”, ottenuta con un fare lento, attento sempre al vero, dove le figure hanno una fisicità nei gesti raramente riscontrabile nella pittura veneta contemporanea, basti pensare al Sacrificio di Isacco di Dresda. Eccellente disegnatore, esegue una serie di ritratti caratteristici, espressivi e reali che ben rappresentano il popolo settecentesco che lo circonda. La tela qui esposta arriva nelle collezioni dell’Accademia di San Luca tramite il lascito del barone Lazzaroni nel 1934 ed ha una datazione contraddittoria. Si propende per una produzione giovanile del pittore, probabilmente dipinta insieme al Davide con la testa di Golia oggi alla Gemäldegalerie di Dresda con cui forma un pendant. Giuditta ed Oloferne è un soggetto molto caro al pittore, che lo riproporrà più volte, variando sempre la composizione, la posizione dei protagonisti e soprattutto l’atteggiamento di Giuditta che nelle altre versioni è sempre vista di fronte, intenta a cogliere il suggerimento divino, lontana dal gesto definitivo. Nel dipinto che qui si presenta, invece, l'uccisione sta per svolgersi sotto gli occhi dello spettatore; ci sono solamente i due protagonisti in primo piano. Il pittore focalizza la scena sul contrasto tra energia e luce dell’eroina e arrendevolezza e buio di Oloferne. La ripresa è talmente ravvicinata che addirittura il braccio destro di Giuditta non entra nel campo visivo. Qui l’eroina è di spalle, con i muscoli della schiena contratti e ben in evidenza, pronti per sferrare il colpo mortale, lo sguardo ferreo ed implacabile comunica allo spettatore in maniera inequivocabile l’intenzione di uccidere mentre la mano sta sfoderando la spada. La luce la colpisce e ne mette in evidenza tutti i particolari, dalla preziosità cromatica e materica delle vesti, al monile, fino al copricapo ed alle sfumature dell'incarnato del viso. Al contrario il volto di Oloferne è solo abbozzato, totalmente avvolto dall’ombra e l’unico elemento che lo connota sono i folti baffi scuri. La linea di confine tra la luce e l’ombra sul collo del condottiero assiro è proprio il punto dove la lama della spada colpirà.
Fabio Porzio
Il lascito Michele Lazzaroni (1934) Il barone Michele Lazzaroni (Roma 1863-Nizza 1934), esponente della nuova aristocrazia romana nell’Italia postunitaria, dimostrò interesse per ogni ambito artistico dedicandosi alla scrittura, alla pittura e al collezionismo, in particolare a quello dei Primitivi italiani e dei maestri rinascimentali soprattutto veneti e toscani. Nelle vesti di mercante d'arte, il barone prese parte attiva al fenomeno di quella che oggi è definita "falsificazione d’arte antica", incaricando abili restauratori a intervenire su dipinti danneggiati o di modesta qualità al fine di renderli appetibili soprattutto alla clientela americana. Eletto accademico d’onore nel 1890, Lazzaroni dispose per testamento un lascito di dieci quadri della sua collezione all’Accademia di San Luca. La scelta dei pezzi – compiuta alla sua morte nel 1934 dai più illustri conoscitori dell’epoca quali Federico Hermanin, soprintendente alle Gallerie di Roma, Pietro Toesca, storico dell'Arte del Rinascimento e Gustavo Giovannoni, presidente dell’Accademia – riguardò un cospicuo numero di dipinti italiani di soggetto religioso dei secoli XV e XVI. Il legato accolse anche tre ritratti, tra cui un’effigie femminile di Alessandro Allori (recentemente identificata con Isabella de’ Medici da Fabrizio Biferali), la Tentazione di Paris Bordon e Giuditta ed Oloferne di Giovanni Battista Piazzetta.